Quando Hassan ha varcato la porta di Civicozero era “solo” uno dei tanti ragazzi transitanti che vengono qui, stanno uno o due giorni per poi proseguire per il proprio viaggio. Ed è esattamente quello che ha fatto: è arrivato, ha passato qui la giornata: una doccia, qualche tazza di tè e partite a biliardino fino alle 18 per poi scomparire nel mondo alla stessa velocità con cui era apparso.
Quel che resta è qualche sorriso e poche frasi tipo “come stai? – bene” o “di dove sei? – Sudan”
Allora perché ve ne parliamo? Beh, perché in quella giornata Hassan con un gesto è riuscito a farci capire una cosa che a dirla sembra semplice, quasi ovvia, ma che poi nell’operatività ovvia non risulta affatto. Un gesto banale e che forse molti di noi riterrebbero fuori luogo, ma tant’è.
Era arrivato da un’oretta. Si era seduto in disparte su una panca con il suo bicchiere di tè e due biscotti sopra un fazzoletto. Si guarda intorno, indugia un po’, appoggia la schiena al muro dietro di lui, si leva una scarpa e poggiando il tallone sul bordo della panca, inizia a massaggiarsi il piede. Un gesto domestico, quasi intimo, qualcosa che a nessuno di noi passerebbe neanche per la testa di fare in un luogo pubblico, davanti a tutti.
Cosa lo aveva spinto a farlo? Non conosceva questo posto, non conosceva nessuno degli operatori, dei mediatori e di tutti quelli che lavorano qui dentro. In altre parole, noi sappiamo che questo è un luogo sicuro e che nessuno lo avrebbe giudicato, soprattutto sapendo quanta fatica avevano sopportato quei piedi. Lui però questo lo ignorava. Deve esserci qualcosa che lo ha fatto sentire a proprio agio a un punto tale da fare una cosa così. Eppure, la parte di Civicozero che lui aveva visto era quella dell’accoglienza, abbastanza asettica, se si esclude il biliardino. È un ambiente neutro, probabilmente l’unico senza disegni, quadri o foto sui muri. E quell’ambiente è pensato proprio per essere il più neutrale possibile, in continuità con la strada, dove prevale il grigio, le luci sono più basse e il caos regna sovrano, tra il via vai dei ragazzi e l’incessante “tac – tac” della pallina del biliardino. Ed è proprio in questo luogo che qualcosa lo aveva spinto ad abbassare la guardia. Allora la domanda che ci siamo posti è semplice: cos’è che fa di un luogo, un luogo sicuro? Un luogo sicuro è (o dovrebbe essere) una caserma dei carabinieri, una scuola, una chiesa ecc. Ma in questo caso la parola sicurezza assume un significato preciso: in questi luoghi siamo protetti da minacce esterne. E questo grazie alla natura di quei posti, alle regole che vi sono all’interno. Eppure, siamo abbastanza sicuri che in nessuno di questi posti vi levereste mai le scarpe per massaggiarvi i piedi.
Questo ci ha portati al passaggio successivo: questo non è solo un luogo.
Entrando qui, infatti, si entra in uno spazio all’interno del quale regna un grande gioco, un grande far finta che non vi sia alcuna disparità nella relazione. Nessuna disparità anagrafica, sociale, linguistica, economica, di conoscenze. Noi sappiamo che non è così e lo sanno anche i ragazzi. Eppure, questo gioco del “far finta che”, ben lungi dal gioco simbolico di Piaget (ma neanche troppo), altro non è che lo strumento che noi utilizziamo per entrare in relazione con i ragazzi e che i ragazzi accettano proprio perché, per una volta, non si sentono sballottolati di qua e di là (come abbiamo detto negli articoli precedenti), ma accompagnati giorno per giorno, anche negli errori. Loro ci permettono di entrare in relazione con loro come farebbero con un coetaneo e noi tuteliamo la loro possibilità di scegliere la propria strada e – perché no? – di sbagliare. E questo altro non è che il principio alla base dell’idea di prossimità e bassa soglia, ma ne parleremo in un altro articolo.
Quel che ci interessa adesso è che, tanto per cambiare, era la nostra domanda a essere sbagliata. La differenza da indagare non è tra luogo sicuro e luogo non sicuro, ma tra un luogo sicuro e uno spazio sicuro.
Un luogo sicuro è un ambiente protetto, regolato, in cui chi entra sa — o dovrebbe sapere — che non gli accadrà nulla di male. È un presupposto, una condizione che riguarda le mura, le procedure, le regole.
Ma uno spazio sicuro nasce solo quando qualcuno si sente libero di abbassare la guardia, quando la fiducia supera il controllo e la relazione comincia a riempire il vuoto e la distanza tra le persone.
In altre parole, lo spazio sicuro non lo definisce chi lo gestisce, con le regole, i setting o i controlli, ma chi lo abita. È un processo, non un perimetro.
Puoi costruire un luogo accogliente fin nei dettagli, con tanto di poster motivazionali e foto rassicuranti da studio dentistico, ma se le relazioni che lo attraversano restano asimmetriche — chi offre e chi riceve, chi sa e chi non sa, chi decide e chi attende — quello spazio non si aprirà mai davvero e resterà comunque un luogo.
La trasformazione di un luogo in uno spazio sicuro investe tutti, chi è nella relazione e chi non c’è, chi viene ogni giorno e chi entra per la prima volta. È nell’aria e ciascuno porta il proprio pezzetto.
In quel gesto semplice, Hassan aveva mostrato di aver colto istintivamente la natura di questo posto e di voler contribuire alla trasformazione di un luogo per lui neutro in uno spazio vivo. Aveva portato dentro la sua intimità, la sua stanchezza, la sua fiducia, e noi, in quel momento, abbiamo visto palesarsi davanti ai nostri occhi ciò che abbiamo sempre pensato e provato a raccontare senza mai averne gli strumenti: la sicurezza non è un’infrastruttura, è una relazione.
E proprio perché la differenza tra luogo e spazio sicuro sta nella relazione, allo stesso modo, per chi lavora in posti come questo è fondamentale comprendere che non basta essere presenti: la relazione, come lo spazio, va abitata.
“Ok – starete pensando – tutto bellissimo, ma cosa vuol dire esattamente abitare la relazione?” Purtroppo, la risposta è tutt’altro che semplice e ciascuno di noi probabilmente potrebbe dare un proprio punto di vista, ma proviamo a dire qualcosa.
Abitare non è semplicemente stare in un luogo, ma prendersene cura, trasformarlo e lasciarsi trasformare da esso.
Allo stesso modo, abitare la relazione significa lasciarsi cambiare da chi incontriamo, accettando che l’altro porti dentro di noi una parte del suo mondo. “Abitare la relazione” significa non usare la relazione per ottenere qualcosa, come potremmo fare con un commesso in un negozio o con un’impiegata alla posta, ma esserci davvero dentro, in modo autentico e congruente. In poche parole, non costruisco la relazione con il ragazzo per fare qualcosa per lui, ma per scoprire cosa lui sarà in grado di fare sapendo di averci al suo fianco. Abitare la relazione è esattamente il contrario del “fare per”: è il “essere con”. E siamo certi che comprendiate che questo è tutt’altro che un gioco retorico, anche perché le implicazioni sono enormi.
Abitare la relazione vuol dire anche (e forse soprattutto) accettare di non essere mai del tutto al riparo, di lasciarsi attraversare dall’altro, rinunciando all’istinto di controllo, perfino davanti al rischio del fallimento, pur di costruire fiducia, sapendo che l’incontro autentico non lo si amministra, ma lo si vive.
Certo, al ragazzo che arriva potremmo dire “ora facciamo questo, ora quest’altro ecc”, ma così facendo staremmo occupando la relazione.
Abitarla vuol dire fare un enorme sforzo di equilibrio, stando nel mezzo tra prossimità e distanza, tra il ruolo e la persona. È in quel mezzo che lo spazio prende vita e diventa sicuro. Se dimentichiamo questo punto, il rischio è di diventare semplici erogatori di servizi. Utili, certo, ma tutt’altra cosa.
In fondo, Hassan, con ogni probabilità, non lo rivedremo più. Ma quel gesto un po’ fuori luogo ci ha ricordato che la fiducia non entra dalla porta: nasce dentro, ogni volta che permettiamo a un luogo di trasformarsi insieme a chi lo abita. Noi compresi.
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