Apnea

Una delle cose più pericolose che si possono fare quando si decide di immergersi è l’iperventilazione: una serie di respiri profondi seguiti da tanti respiri brevi. L’obiettivo è quello di ridurre la CO2 nel sangue e accumulare ossigeno. Più ossigeno, più tempo sott’acqua, più risultati. Ma è un errore.
Gli apneisti lo sanno bene: iperventilare è pericoloso. Ti illude di essere pronto, mentre in realtà stai solo “silenziando” i segnali del corpo. Ma non lo sai finché non risali. Così scendi, compensi, hai l’impressione di poter arrivare ancora più giù, vai avanti.

Poi, fame d’aria.

Non è quella fame d’aria che cresce piano piano, che ti avvisa. È un cazzotto. Secco, improvviso. Provi a risalire, più veloce che puoi, senti che i polmoni sono completamente vuoti, il torace è schiacciato, la pancia talmente ritratta da fare quasi male, il diaframma che spinge verso l’alto. In questa risalita forsennata si continua a guardare la superficie sempre più vicina e quando mancano una manciata di metri pensi “dai, per un pelo. Ce l’ho fatta”. Ma non è così. All’improvviso tutto si spegne.

Blackout.

E se accanto non hai qualcuno che ti viene a prendere, che ti aiuta a fare quei pochi metri che mancano alla superficie — e che una volta fuori ti rianima — allora è finita.

In fondo per i nostri ragazzi non è così diverso.
Lo abbiamo accennato nell’articolo precedente: se per i ragazzi il futuro si azzera e il tempo si “rompe”, se le giornate sono tutte uguali e si perde qualsiasi proiezione di sé per l’avvenire, cosa succede nella relazione con il sistema di accoglienza?

Anche il sistema di accoglienza, spesso, iperventila. Devi immergerti? Ti do ossigeno. Ed è un ossigeno fatto di documenti, informazioni, corsi, laboratori e tutto ciò che potrà servire nella vita in Italia. Il tempo, che per il ragazzo si è fermato, per il sistema è scandito da tappe ben definite e da attese tra una tappa e l’altra.

Il ragazzo subisce queste scadenze, queste incombenze. Va avanti pensando di avere tutto ciò che serve. Si fida. Non perché gli sembri davvero la scelta migliore, ma perché quel tempo, quel “futuro” di cui tutti parlano, per lui non esiste. E allora un’opzione vale l’altra. Almeno all’inizio.

Quello che succede ce lo ha spiegato benissimo Said qualche tempo fa:

“Gli operatori ti guardano come un criminale. Non sanno che loro avevano la colpa perché mi hanno buttato in mezzo a una strada. Io in un giorno sono finito in mezzo a una strada. Che dovevo fa’? Ho chiesto di fare una formazione, di fare qualche corso, di fa’ qualsiasi cosa. Ma loro no, loro continuavano a ripetere ‘fai la terza media. Devi fare la terza media.’
Eccola, l’ho fatta la terza media. E che mi ha dato la terza media?”

Said ci sta dicendo che i ragazzi, anche quando hanno una vaga idea di ciò che vogliono fare, finiscono per subire un calendario sul quale non hanno alcun margine di scelta e poi spesso si ritrovano alla fine di un percorso senza avere gli strumenti di cui avevano bisogno. Questo avviene non per incapacità del sistema o per mancato ascolto, ma perché da una parte riteniamo in maniera naturale che alcune cose abbiamo sempre più valore di altre (come ad esempio la terza media) e perché, dall’altra parte, il nostro tempo è scandito da una serie di “obblighi” e di tappe che il ragazzo deve “raggiungere”: identificazione e prima accoglienza, colloquio “sociale” e assesment, firma del patto di accoglienza, apertura della tutela, informativa legale, trasferimento in seconda accoglienza ecc.

Tutto il sistema di accoglienza ha un tempo che è scandito da queste tappe che devono essere raggiunte da ragazzo in un certo lasso di tempo. Alcune sono immediate, altre richiedono attese più lunghe. Tuttavia, chiunque lavori nel terzo settore vive quell’attesa come fisiologica: sappiamo che tutti i ragazzi devono vivere quell’attesa e ogni operatore deve pensare al percorso di un numero indefinito di ragazzi. C’è Ahmed che sta aspettando il parere, Mohamed che aspetta il documento, Ali che sta cercando lavoro ecc. E se qualcuno di loro ce lo chiede, noi rispondiamo che c’è da aspettare.

Ma alla luce di quello che abbiamo detto nell’articolo precedente, è evidente che i ragazzi faticano a comprendere il senso di questa attesa. Loro arrivano e vivono in una loro dimensione temporale che è di eterno presente e vivono quel tempo di attesa come tempo perso. Questo perché ciascuno arriva qui con un “fuso orario” emotivo e personale diverso, percependo il proprio viaggio come non-concluso fino a che non avrà ritrovato un equilibrio, una stabilità. Fino a quel momento ciascun ragazzo vivrà una condizione di apnea, dove l’urgenza di un equilibrio impedisce loro di fermarsi per prendere aria. Quelle attese che per noi sono normali, per loro sono una vera e propria tortura. Ciascun ragazzo percepisce la propria attesa come la più insopportabile di tutte e il fatto che questa attesa sia comune non la rende più leggera. E se anche viene condivisa con operatori, educatori ecc., questi ultimi a un certo punto della giornata staccano dal proprio lavoro e tornano alla propria vita, lasciando il ragazzo solo con la propria attesa, fino alla mattina dopo.

Ed è in queste occasioni che i ragazzi commettono quelli che ai nostri occhi appaiono come errori: pasticciano con i documenti, si perdono, imboccano strade e percorsi sbagliati, inanellando una serie interminabile di scelte che ai nostri occhi sembrano assurde. Ecco l’asincronia: gli operatori misurano il successo in tappe visibili, ciascuna delle quali è un’occasione per prendere fiato, per i ragazzi è un’unica lunghissima apnea iniziata quando sono partiti. Il tempo degli operatori è scandito dall’alternanza lavoro-vita privata; il tempo dei ragazzi è – come dicevamo – spezzato, ripetitivo, alienante.

A nulla serve che un progetto sia “perfetto per lui” o che ci si sia speso tanto tempo sopra: se prima non ci si “sincronizza”, ogni tipo di intervento rischia di fallire. Chi lavora in questo mondo lo sa. Quante volte abbiamo visto ragazzi seguire dei percorsi che sulla carta risultano perfetti e poi crollare all’improvviso? Quante volte abbiamo fatto i salti mortali per inserire un ragazzo in un progetto per poi vedere il ragazzo abbandonarlo senza spiegazione?

Il ragazzo non capisce, ma subisce. Si chiude finché non esplode. L’operatore si scoraggia, si irrigidisce. Il risultato? Entrambi finiscono per perdere il senso e il valore del tempo investito. Questo cortocircuito tra ragazzi e sistema finisce per frustrare tutti andando a intaccare quel briciolo di relazione che si era riusciti a costruire insieme. E il fallimento del progetto non è la cosa peggiore che può accadere. Infatti, non solo rischiamo di fallire, ma se la relazione si incrina, i ragazzi andranno a cercarla altrove. I ragazzi finiscono per “sincronizzarsi” con qualcun altro che sembra più affine. Così quella che inizialmente era solo una divergenza tra sistema e ragazzo finisce per diventare devianza proprio in virtù dell’irrigidimento del sistema. Dall’altra parte, la criminalità, chi gestisce le reti di spaccio, prostituzione ecc. ha estremo bisogno di carne da cannone ed è in grado di sincronizzarsi con il tempo spezzato, con l’eterno presente dei ragazzi per poi attirarli a sé. La devianza non è solo il frutto di “tentazioni” come spesso si pensa, ma è anche il risultato del combinato disposto tra un sistema formale che si frustra e un sistema criminale fluido, in grado di accogliere e di adattarsi.

Ed eccoci alla domanda che ci poniamo quasi quotidianamente: come facciamo a evitare l’asincronia, a prevenire la divergenza di prospettiva, di proiezione?

Come possiamo prevenire il blackout e, eventualmente, essere colui che ti riporta in superficie?

Serve sincronizzare i respiri, creare un tempo condiviso, anzi “negoziato”, che tenga conto delle distanze. Detta così può sembrare facile, ma non lo è. Il percorso del ragazzo non può essere solamente una serie di tappe da raggiungere, ma deve essere innanzitutto costituito di relazioni da abitare nel tempo, dove il “vuoto”, la ripetitività diventano attesa condivisa. E se già qualcosa si è rotto, occorre aprire uno spazio per la relazione proprio lì dove la frustrazione rischia di prendere il sopravvento.

Questo tipo di approccio è radicalmente divergente da quanto previsto dal sistema di accoglienza formale perché si tratta di un intervento non misurabile e quindi non “rendicontabile”. Sia chiaro, non stiamo dicendo che le tappe e i vari passaggi che un ragazzo deve affrontare non siano importanti (anzi!), ma nel quotidiano dobbiamo anche imparare a respirare con il ragazzo, comprendere il suo affanno e, come in una sorta di training autogeno, riportarlo a regolarizzare il respiro. Qualora questo lavoro riuscisse, sebbene non si tratti di un risultato “misurabile”, questa capacità di “abitare” il tempo aiuterà ciascun ragazzo ad affrontare meglio qualsiasi percorso. Quante volte vediamo crollare ragazzi che sembrano perfettamente instradati e, dall’altra parte, vediamo ragazzi che credevamo persi riuscire a dare il colpo di reni necessario a rimettersi in piedi? Questo avviene perché il successo di un percorso non è dato solo da elementi oggettivi e misurabili.

Imparando ad “ascoltare” e a “ri-conoscere” il tempo dell’altro ci renderemmo conto che la sensazione di molti ragazzi è di correre forsennatamente su un tapis roulant: un’enorme fatica per poi rimanere sul posto, anche se “percorso” 20, 30 o 50 km.

Il terzo settore si fonda sulla relazione e non vi può essere relazione se vi è asincronia, se non si condivide e non si abita insieme una stessa dimensione temporale. Pretendere che un adolescente trovi da solo gli strumenti per adattarsi è esattamente il contrario del concetto di accoglienza.

Accogliere non significa solo costruire percorsi. Significa anche imparare a respirare insieme.

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