Aut/out – La vertigine della libertà

Qualche tempo fa, Malik si è presentato alla porta di Civicozero dopo molto tempo che non lo vedevamo più. Gli abiti sporchi, il viso provato, lo sguardo dimesso: tutto di lui ci diceva che stava in strada da un po’. Ma in quel momento non importava: le domande, le paure e tutti i cazziatoni di rito che prima o poi si sarebbe dovuto sorbire potevano aspettare.

Una collega gli va incontro per abbracciarlo, ma lui reagisce freddamente: schiva l’abbraccio e chiede se si può fare una doccia. Naturalmente sì: gli diamo l’asciugamano, un cambio di vestiti e scompare nel bagno.

Dopo poco tempo si riaffaccia, nuovo di zecca. La nostra collega accenna un sorriso e a questo punto lui le va incontro e dice “ora puoi abbracciarmi”. Il senso era chiaro: “io non sono quello sporco che avete visto entrare. Io sono questo ed è questa versione di me che merita il vostro affetto”.

In un attimo, con quella semplice frase che poteva sembrare un gesto di dignità personale, si è acceso un cortocircuito.

Già perché da una parte c’era lui che temeva di averci deluso e che noi non lo avremmo accettato dopo la sua scomparsa. Dall’altra c’eravamo noi, dispiaciuti che lui avesse anche solo potuto pensare una cosa del genere.

In quel momento qualcosa ci ha colpiti. Un piccolo cortocircuito che ci ha costretto a fermarci e riflettere su due concetti essenziali del nostro lavoro: tradimento e fallimento.

Ogni ragazzo, al momento dell’arrivo in Italia, è portatore di due aspettative: quella della famiglia e, sebbene a volte inconfessabile, la propria. Queste due aspettative possono essere (e forse spesso lo sono) in contrasto. O magari inizialmente coincidono, ma dopo un po’ di tempo passato qui il ragazzo finisce per farsi un’altra idea. Questa differenza di aspettative spesso è inespressa o magari neanche pienamente compresa dai ragazzi. Un esempio: la famiglia vede che in Europa si sta bene e che c’è la possibilità di guadagnare il necessario per permettere a tutti di sopravvivere. Il ragazzo parte con l’obiettivo di “farcela”.

Ora, quel “farcela” per la famiglia vuol dire guadagnare onestamente quanto basta per mantenersi e per mandare qualcosa a casa e garantire a tutti una vita dignitosa. Per il ragazzo (come forse per gran parte degli adolescenti del mondo) “farcela” vuol dire avere successo, fare i soldi, conquistare il mondo e diventare “uno che conta” a qualunque costo per poi, magari, tornare in futuro nel proprio Paese da “eroi”.

A questa complessità, nel momento in cui il ragazzo arriva in Italia, si aggiunge un’altra aspettativa a complicare il quadro: quella del sistema di accoglienza. Questa vuole che il ragazzo studi la lingua, si “integri” al meglio possibile e costruisca prima dei 18 anni le basi per una vita autonoma che dovrà cominciare il giorno dopo il compimento della maggiore età.

In questo senso, agli occhi del ragazzo il sistema di accoglienza rappresenta per sua stessa natura un freno (se non un ostacolo) al “farcela” sia nel significato che gli dà la famiglia sia in quello che dà il ragazzo stesso.

A questo punto il ragazzo si trova in una situazione complessa: tradire le aspettative della famiglia, le proprie o quelle del sistema? O forse due su tre? E come può scegliere, sapendo che qualunque strada prenda, agli occhi di qualcuno avrà comunque fallito?

Kierkegaard la chiamava “la vertigine della libertà”: quel momento in cui ti affacci sull’abisso e realizzi che ogni scelta uccide tutte le altre vite possibili. Scegliere una strada significa rinunciare alle altre, per sempre. E per questi ragazzi, la vertigine è tripla.

Se sceglie di inseguire il sogno della famiglia – trovare un lavoro, mandare soldi a casa, garantire una vita dignitosa – tradisce se stesso e il sistema. Agli occhi del sistema sarà “quello che non si è integrato”, “quello che non ha studiato”, “quello che non ha costruito nulla qui”. E dentro di sé porterà il peso di un’adolescenza ormai sacrificata, di un presente mortificato e di un futuro che non gli somiglia.

Se sceglie di inseguire il proprio sogno – fare i soldi, avere successo, diventare “uno che conta” – tradisce la famiglia e il sistema. La famiglia lo vedrà come uno che ha perso la bussola morale, che si è venduto, che ha dimenticato da dove viene. Il sistema lo classificherà come “deviante”, “non progettuale”, “perso per strada”.

Se sceglie di aderire al percorso del sistema di accoglienza – studiare l’italiano, prendere la terza media, costruire le basi per un’autonomia che dovrà materializzarsi magicamente il giorno dopo i 18 anni – tradisce la famiglia e se stesso. La famiglia non capirà perché “perde tempo” invece di lavorare e mandare soldi. Lui stesso sentirà che quel tempo non lo sta avvicinando a ciò che ha sognato quando è partito.

Insomma, tre aspettative e una sola possibilità. E qualunque scelta faccia, qualcuno lo guarderà e penserà: “ha fallito”.

Se invece non sceglie, paralizzato dall’angoscia, avrà tradito tutti e fallito agli occhi di tutti.

Questa è la condizione del ragazzo che però si trova in un doppio ruolo: è autore di una delle aspettative, agente e sarà anche colui che risponderà personalmente della scelta.

A questo si aggiunge un altro problema: ciascuno dei soggetti coinvolti – la famiglia, il sistema, e il ragazzo stesso quando si guarda allo specchio – valuta in base alla propria sola aspettativa. La famiglia misura il successo in rimesse economiche. Il sistema in tappe raggiunte. Il ragazzo in quella sensazione indefinibile di “essere arrivato” che forse neanche lui sa descrivere. E se anche questi soggetti si rendono conto della molteplicità di forze che agiscono sul ragazzo, ciascuno di essi rimane convinto che la propria “aspettativa” è quella giusta.

Solo il ragazzo, però, vive con tutte e tre queste voci nella testa. Solo lui deve svegliarsi ogni mattina sapendo che, comunque vada, da qualche parte avrà “tradito” qualcuno che lo considererà un fallimento.

E allora, come si può compiere questa scelta? Per capirlo dobbiamo provare a vedere cosa sa il ragazzo e come pensa di essere percepito dai vari soggetti in gioco.

Sa che la famiglia, ad esempio, conosce dei vicini di casa o dei parenti, il cui figlio è partito e ha iniziato a mandare i soldi e ha permesso loro di tirare un sospiro di sollievo. Sa che c’è una sorella o una madre malata che ha bisogno o che comunque la famiglia è sempre la famiglia, verso la quale sente un senso di responsabilità.
Sa che, come tutti gli adolescenti, vive il giudizio dei suoi “pari”, dei compagni di viaggio, degli amici con i quali condivide valori, idee, visione del mondo. Sa che se dovesse comportarsi diversamente da loro, quella scelta lo porterebbe a un grado di solitudine che non si sentirebbe di reggere.

Di fronte a questo quadro, l’unico dei soggetti in ballo con il quale sente di non avere una vera relazione, verso la quale non percepisce di avere una responsabilità, è proprio il sistema di accoglienza. Certo, può aver stretto un legame più o meno forte con l’operatore X, ma in definitiva è uno sconosciuto con il quale si costruisce un tipo di rapporto che per sua natura ha una scadenza nel giorno del diciottesimo compleanno. La costruzione di quel rapporto per il ragazzo è obbligata, mentre per l’operatore è semplicemente il suo lavoro. Una volta scaduto il termine, ciascuno andrà avanti per la propria strada e il ragazzo sentirà di non dover nulla all’operatore.

E quindi con l’avvicinarsi della maggiore età la scelta diventa quasi inevitabile: “smetto di fare ciò che il sistema vuole che io faccia e cerco di tenere insieme i pezzi di ciò che rimane”.

Ed effettivamente il sistema reagisce proprio come il ragazzo si aspetta: una volta che esce è fuori e rientrare è molto difficile.

Poi magari fuori si finisce nelle maglie dello sfruttamento o dell’illegalità e mandare i soldi a casa è sempre più difficile. Magari quei soldi sono pochi e non bastano, oppure sono soldi Haram (impuri) e allora vengono mandati a casa senza dire come sono stati guadagnati. Ma poi la mamma lo scopre, o il padre, o qualche connazionale fa la spia e si viene a sapere. O si viene arrestati. O le cose non vanno come previsto e ci si ritrova in strada, senza nulla. E ricominciare è sempre più difficile, soprattutto se ormai si sono compiuti i 18 anni.

Il punto è che, alla fine, quella che sembrava essere una scelta quasi “razionale” dà il via a un effetto domino che porta a una condizione peggiore di quando si era cominciato.

La domanda, dunque, è naturale: come si può disinnescare questo meccanismo?

In questo caso la risposta sembrerebbe essere un semplice “non si può”: a meno che il ragazzo non sia senza famiglia e senza aspettative personali, abbastanza giovane da costruire un percorso di senso all’interno del sistema, senza la fretta dettata dall’imminenza della maggiore età e con tutti i pianeti del sistema solare allineati in una notte di primavera di un anno bisestile; a meno di tutto questo, il “sistema” sembra non scardinabile.

Ma forse non è così. Prendendo in prestito la seconda legge di Gödel, la coerenza (o la soluzione) di un sistema complesso non può essere trovata dentro al sistema stesso.

In altre parole, non possiamo aspettarci che la famiglia, il sistema di accoglienza o il ragazzo stesso si mettano a un tavolo, capiscano le ragioni dell’altro e trovino una soluzione condivisa. Solo la famiglia sa cosa vuol dire vivere giorno dopo giorno nella miseria tanto da riuscire a sopportare di veder partire il figlio pur di migliorare di poco la propria condizione. Allo stesso modo, solo il sistema di accoglienza sa come funzionano le leggi o il lavoro in Italia, quanto può essere difficile avere una possibilità concreta di autonomia. E, infine, solo il ragazzo sa cosa vuol dire avere 16 o 17 anni, stare a migliaia di chilometri da casa, tra mille difficoltà e sentirsi sulle spalle il peso di questa scelta.

I tre soggetti parlano lingue diverse, ragionano in modo diverso, vedono il mondo da punti di vista diversi.

Per risolvere questo meccanismo gli strumenti sono tanti e probabilmente non li conosciamo ancora. Quello che possiamo dire sulla base della nostra esperienza è che spesso è utile porsi fuori dal gioco dei ruoli, costruendo una relazione con il ragazzo senza alcuna aspettativa e senza “complicare il quadro”. Questo vuol dire fare da mediatore tra le famiglie, il sistema di accoglienza e i ragazzi in un rapporto di pura relazione, pura prossimità, qualunque sia la scelta del ragazzo, non solo davanti l’abisso, ma anche durante la caduta: essere un appiglio sicuro, in ogni momento. Esserci anche – e forse soprattutto – sul fondo del baratro, a rimettere insieme i pezzi e ad accogliere in ogni evenienza, in ogni condizione.

Anche se non ti sei ancora fatto la doccia.

Hai qualcosa da condividere con noi?
Un’idea, un dubbio, un’esperienza o una proposta su cui riflettere insieme? Questo spazio nasce per aprire un dialogo: se vuoi mandarci un tuo contributo, segnalarci un tema o semplicemente raccontarci qualcosa, siamo qui.