Quando ciascuno di noi va al pronto soccorso, all’arrivo ci viene assegnato un codice in base alla gravità del caso. Ci sono il bianco, il verde, il giallo e il rosso. E – ok – magari non funziona allo stesso modo in tutti i Paesi, ma grossomodo l’idea è quella: più sei grave, più si deve intervenire in fretta.
Non sempre funziona in questo modo. È il caso, ad esempio, degli ospedali da campo in zone di guerra dove oltre ai 4 codici che conosciamo anche noi, se ne trova un altro: il codice nero.
Questo colore vuol dire che il caso è più grave del codice rosso. Eppure, queste persone non solo non vengono curate prima degli altri, ma non vengono curate affatto.
Il ragionamento è semplice: in una zona di guerra, in un ospedale da campo o con pochi mezzi o risorse scarse, bisogna centellinare bene gli sforzi. I codici neri sono quelli così gravi per cui la speranza di salvare il paziente è talmente bassa da non potersi permettere lo sforzo di provarci. È triste, ma il ragionamento non fa una piega: se dispongo di un solo chirurgo o di una sola sala operatoria, la uso per chi ha più possibilità di farcela.
Questa è una pratica che a noi rischia di sembrare distante e non riusciamo veramente a capire quanto possa essere difficile compiere questa scelta: chi ce la fa e chi no, a chi dare una possibilità e chi invece deve essere lasciato al proprio destino. Solo.
Sembra una pratica lontana, eppure, a suo modo, anche qui in Italia applichiamo, inconsapevolmente, una sorta di codice nero. Ma non ha nulla a che fare la scelta di chi intubare e chi no che abbiamo visto durante la prima ondata di COVID. A dire il vero non ha niente a che fare in generale con la sanità.
A Civicozero arrivano tanti ragazzi. C’è chi entra per bere un tè caldo o farsi una doccia. C’è chi passa per salutare, farsi medicare una ferita, ricaricare il telefono o semplicemente stare con gli amici. C’è chi vuole fare un corso, iniziare un percorso. E poi c’è chi non sa bene perché è qui, ma entra lo stesso, guarda, si guarda intorno, resta zitto. E magari torna anche il giorno dopo.
Funziona così, in un centro a bassa soglia. Non chiediamo documenti, né appuntamenti. Nessuna certificazione, nessuna dichiarazione di intenti. Nessun test di ingresso. La porta è aperta. Per tutti.
Questo significa che a Civicozero si incrociano ragazzi con storie molto diverse tra loro. Alcuni vivono in comunità e hanno già avviato un progetto formativo, un percorso legale, preso una direzione. Altri vivono in strada, magari in condizioni estreme, in bilico costante tra sopravvivenza e invisibilità. E nel mezzo, come spesso accade, c’è tutto uno spettro di situazioni ibride, fragili, difficili da etichettare.
Negli anni, però, abbiamo notato un meccanismo sottile, insidioso, e per certi versi inevitabile. Un meccanismo che, se non lo si riconosce per tempo, rischia di tradire lo spirito stesso del terzo settore.
Quello che succede è questo: ci si concentra sempre di più sui ragazzi che ce la fanno. Nel nostro gergo, questi ragazzi vengono chiamati “progettuali”, ovvero quelli che in qualche misura hanno un percorso attivo, una prospettiva più nitida, una relazione più continuativa con gli operatori. Ecco che l’uso di questo termine tradisce il punto di osservazione. Già, perché tutti i ragazzi hanno un “progetto”, ma quando il loro non coincide con il “nostro”, allora li definiamo “non-progettuali”.
Al netto di queste considerazioni, il dato resta: una fetta di ragazzi rimane fuori.
Questo accade per molte ragioni, tutte concatenate tra loro. Il problema alla base è che le risorse non bastano mai. Gran parte dei fondi che il terzo settore riceve sono legati ai bandi e ai progetti che, naturalmente e giustamente, richiedono una rendicontazione delle cose fatte: “quanti ragazzi hai inserito nel mondo del lavoro?”, “quanti ragazzi hanno preso il diploma di terza media?”, “quanti ragazzi hanno lasciato la strada?”
Eppure come dicevamo nell’ultimo articolo, il successo di un percorso non è dato solo da elementi oggettivi e misurabili. Come si rendiconta una relazione? Come si misura un’ora passata insieme a chiacchierare? Quanto vale un pranzo condiviso?
Rendicontare il lavoro quando si ha a che fare con chi ha obiettivi chiari e che raggiunge tappe che noi consideriamo concrete è più facile. Chi non aderisce a un progetto così come lo intendiamo noi, finisce per scivolare e diventare un codice nero.
C’è il fattore tempo. Ragazze e ragazzi spesso arrivano che sono già a ridosso della maggiore età e il tempo a disposizione per supportarli è pochissimo. Questi erano già codici neri nel momento stesso in cui hanno messo piede in Italia.
Vi è poi anche l’aspetto più intimo e legato al fatto che, sebbene spesso lo si dimentica, anche gli operatori sono esseri umani. E vedere un ragazzo migliorare, firmare un contratto, prendere la licenza media, raccontare di star meglio, è qualcosa che ci dà forza e ci permette di “rendicontarlo” alle nostre coscienze.
Invece, stare accanto ogni giorno a chi ricade, a chi non parla, a chi ha subito troppa violenza per fidarsi, ti fa sentire piccolo, inadeguato. Ti chiede di continuare a provarci senza avere la certezza di riuscirci. Questi sono i codici neri dell’anima, quelli che mettono in discussione il valore stesso del nostro lavoro.
E allora, non per indifferenza, non per calcolo, ma per ragioni di sistema e per ragioni psicologiche, si finisce per dedicare più tempo a chi è più vicino alla riuscita.
È un meccanismo tanto naturale quanto pericoloso.
Perché intanto, chi è più ai margini smette di cercare aiuto. Chi vive in strada lo si vede sempre meno finché un giorno scompare del tutto e a noi non resta che continuare a chiederci “Chissà che fine ha fatto”.
Questo meccanismo poi si auto-alimenta: una volta che i “codici neri” si allontanano, l’asticella si alza e chi prima era “in mezzo” si ritrova a scivolare verso il “codice nero”.
Così la bassa soglia, inizialmente fondamento del nostro lavoro, diventa un concetto sfocato.
Anzi, spesso diventa un orpello estetico: essere “accessibili a tutti” non può essere solo un fatto nominale, tecnico o amministrativo. Non basta non chiedere i documenti o il non fare domande. Quella è una delle asticelle. Ma ce ne sono tante altre che rischiamo di non vedere neanche.
Questo è il grande paradosso: più il terzo settore diventa efficace nell’azione, più rischiamo di perdere i “casi” per i quali eravamo nati. Per riuscire a lavorare bene con qualcuno, rischiamo di lasciar andare proprio chi non ha la forza di chiedere aiuto.
Il problema non sono i ragazzi progettuali. Il problema è pensare che l’impatto si misuri solo in chi “ce la fa”.
Ogni centro, ogni servizio sociale, ogni realtà del terzo settore prima o poi si trova davanti a questo bivio.
Investo su chi mi dà risultati o continuo a stare accanto a chi non riesce o non può mettersi in cammino?
È una domanda che non ha una risposta semplice.
Ma è proprio per questo che non possiamo smettere di porcela.
Perché la vera scommessa, quella che ci ha fatto aprire le porte fin dall’inizio, non era sui risultati. Era sulla presenza.
Starci. Restare. Accogliere. Anche quando non c’è niente da mostrare. Anche quando il lavoro sembra inutile, invisibile, infinito, degno di Sisifo.
Anche quando il ragazzo entra, mangia qualcosa in silenzio, e se ne va senza dire una parola. E tu resti lì, a domandarti se sia servito a qualcosa.
Sì. È servito.
È servito a ricordargli che quel posto esiste. Che lui può entrarci. Che non è scomparso.
Per non disattendere il nostro mandato, dobbiamo guardare proprio chi non vediamo più. E questo esercizio, faticoso e spesso avvilente, deve rinnovarsi ogni giorno e continuare a interrogarci, senza sosta.
Solo così possiamo evitare di diventare, senza volerlo, più selettivi di quanto vorremmo.
A volte, il senso del nostro lavoro non sta nel fare di più per chi ce la fa, ma nel fare spazio anche a chi non riesce neanche a cominciare o che magari, con ogni probabilità, fallirà.
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