Il tempo spezzato

Viaggiare non vuol dire solo vedere cose nuove o conoscere persone. Viaggiare significa essenzialmente una cosa: c’è un punto A da cui si parte e un punto B a cui si vuole arrivare. Il viaggio è il percorrere lo spazio che li separa in un certo lasso di tempo. Più breve è il tempo, più siamo stati veloci.

È quello che hanno cercato di insegnarci a scuola: la velocità è il risultato della divisione spazio/tempo.

E in fondo di viaggio abbiamo parlato anche nell’articolo precedente. Non è forse questa la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo a Ulisse? Lui, nello specifico, per percorrere i 500 chilometri che separano Troia da Itaca ci ha impiegato 10 anni. Ok, un po’ tantino, ma in fondo lo perdoniamo perché gli è capitato di tutto.

Anche noi, quando andiamo in vacanza, qualunque sia la meta, percorriamo il viaggio a una certa velocità, che siano i 50 chilometri orari della nostra macchina o gli 800 di un volo di linea.

Allo stesso modo, i ragazzi che arrivano qui a Civicozero hanno compiuto un viaggio più o meno lungo in certo lasso di tempo. A volte bastano poche ore, altre volte richiede anni, ma il senso è lo stesso. Eppure, per loro qualcosa è diverso. E non parliamo di ciò che devono affrontare durante il viaggio, del Sahara, dei lager in Libia o dei barconi. Niente di tutto questo. La vera differenza è che, una volta arrivati qui, il loro viaggio non è finito. Già perché per loro la meta non è un posto, non è l’Italia, la Francia o la Svezia.  La loro meta è in realtà essenzialmente una condizione e/o uno status: quello che ce l’ha fatta, qualunque cosa significhi. Poi ciascuno di loro ha in mente un luogo in cui questo potrà avvenire con una maggiore facilità, e spesso non hanno la minima idea di cosa voglia dire “farcela”. Per alcuni è fare contenta la famiglia, per altri è fare abbastanza soldi da “rappresentarsi” dignitosamente, per altri ancora è “semplicemente” sopravvivere.

Eppure, benché la meta non sia un luogo, il senso non cambia: il loro viaggio vuol dire partire da una condizione A e arrivare a una condizione B in un certo lasso di tempo. Ma le cose non vanno sempre così. Già, perché arrivano qui in Italia e tra il sistema di accoglienza, la burocrazia, le scadenze, le aspettative e poi altre scadenze, altri obblighi avviene qualcosa: il tempo si ferma. Non nel senso romantico o fantascientifico. Si ferma davvero. O meglio: si azzera. E cosa succede alla velocità se il tempo è zero? Succede che il viaggio implode. Se provi a dividere per zero con una calcolatrice, ti restituisce un errore. Anche la vita, quando il tempo è zero, restituisce errore.

Questo non vuol dire solo stare fermi (che, sebbene poco, sarebbe ancora qualcosa). Questo vuol dire ritrovarsi incastrati in una serie di giorni tutti uguali, che si ripetono senza senso, situazioni da fare invidia a un film di Nolan. Il futuro sparisce, il passato sparisce. Rimane solo un presente inteso come l’istante in cui un futuro annullato diventa un passato dimenticabile. E a nulla importano più le scadenze, le impellenze ecc. Quando il tempo si azzera, collassa tutto. E questo naturalmente finisce per frustrare tutti coloro che lavorano a contatto con ragazze e ragazzi stranieri.

Anni fa, un ragazzo afgano che frequentava Civicozero lo scrisse in maniera tanto semplice quanto perfetta:

L’unica cosa che non era importante per me era il tempo.
Odiavo il tempo, ma evidentemente per loro era molto importante.

Questa sul tempo potrebbe sembrare una elucubrazione da addetti ai lavori, una cosa curiosa sulla quale interrogarsi a tempo perso. Eppure, questo tempo spezzato influisce eccome sulle loro vite. Ogni ragazzo aderisce a una progettualità, che sia personale o collettiva, formale o informale, legale o illegale. E ogni progettualità si basa su un presupposto: che esista un futuro concepibile e che in questo futuro vi sia spazio per “me”. Vuol dire proiettarsi, immaginarsi, scegliere e a volte anche non scegliere, per arrivare lì dove mi vedo tra giorni, mesi, anni.

Quella proiezione e la conseguente progettualità è ciò che unisce idealmente e fattivamente il presente al futuro, come un ponte sospeso tra ciò che è e ciò che vorrei che sia.

Senza questa proiezione, senza un futuro, il risultato è la paralisi, che è molto diversa dallo starefermi”.

Ma c’è un ma: tutto il sistema di accoglienza è – legittimamente – costruito sul concetto di “progetto”. Ecco, quindi, un primo punto di frizione. Il ragazzo o la ragazza che vive questa condizione di tempo “spezzato”, si ritrova in una situazione in cui ciò che gli viene prospettato è sostanzialmente non credibile, non perché “non possibile”, ma semplicemente perché quel tempo che tutti chiamano futuro sembra non contemplare la loro presenza.

Progettare richiede tempo non solo in senso cronologico: richiede la possibilità di abitare il tempo, di vederlo scorrere mantenendo un’aderenza su di esso immaginando e anticipando una traiettoria. Ma se il tempo è fermo, progettare diventa un’astrazione imposta da altri. Di fronte a questa imposizione, la reazione più autentica è il rifiuto. Come cantavano i Sex Pistols:

Non farti dire cosa vuoi,
non farti dire di cosa hai bisogno
Nessun futuro, non c’è futuro,
nessun futuro per te.

Questa asincronia tra i tempi del sistema di accoglienza e i tempi della vita di ciascun ragazzo rappresentano uno dei grandi buchi neri dei loro percorsi. Ma ne parleremo meglio nel prossimo articolo.

Quello che ci interessa in questo momento è far capire il semplice seppur nascosto concetto che quando non c’è un futuro visibile, il presente si appiattisce: si smette di agire per costruire, si agisce solo per sopravvivere. Questo crea il fenomeno del “tempo circolare”: ripetizione di azioni senza prospettiva. Ma queste azioni, proprio perché vuote, sempre uguali, si assommano nel passato senza portare nulla, restituendo l’idea che il tempo sia scivolato dalle mani, nonostante gli sforzi per governarlo. Perché in fondo il tempo della vita è scandito da ciò che va diversamente rispetto al quotidiano. Ma se tutti i giorni sono identici, sin nei minimi dettagli, la vita diventa un eterno ritorno. E, come dicevamo prima, il presente è il momento in cui un futuro inesistente diventa un passato che non merita di essere ricordato.
Che si tratti di non fare nulla o di fare tanto (forse troppo) non cambia: il problema sono la passività e la ripetizione. Una ripetizione talmente alienante da portare ad agire per inerzia. Da fuori può sembrare disinteresse o apatia. In realtà è una forma di autodifesa da un tempo che non porta da nessuna parte. Anche perché se uno di loro dovesse fermarsi un secondo a pensarci, ce ne sarebbe abbastanza per uscire di testa.

Come si esce allora dalla sospensione? Possibile che non vi sia scampo?

È come nel giorno della marmotta, quel film in cui il protagonista è condannato a vivere per sempre la stessa identica giornata. Le prime volte Bill Murray si diverte, poi però sprofonda nella disperazione e tenta di suicidarsi senza però riuscire a spezzare l’incantesimo: indipendentemente da tutto si risveglia alle 6 di mattina del 2 febbraio. E continua così finché non si rende conto che il motivo della sua disperazione era la mancanza di senso e che quindi avrebbe dovuto utilizzare quelle giornate per migliorarsi nella relazione con gli altri e, così facendo, restituire un senso, seppur effimero, alla sua giornata.

Il tempo può ricominciare a scorrere solo nel momento in cui si riesce a ritrovare il senso del proprio agire quotidiano. Occorre ricostruire un tempo che sia coerente con il vissuto del ragazzo che non deve solo “fare cose”, ma capire il quando e il perché le cose si possono fare o non fare.

Si potrebbe lavorare su diversi canali e la letteratura in merito è vastissima: lavorare per obiettivi, sulla cura di sé ecc. Ma tutti questi approcci, che utilizziamo anche qui a Civicozero, rischiano di far deragliare il ragazzo al primo intoppo. Quello che serve (sebbene sia molto più complesso) è di ricostruire una relazione con il tempo, partendo proprio dal tempo “vuoto”, che non va semplicemente “riempito”.

Trasformare il tempo vuoto, educare ciascuno a ri-sincronizzarsi con sé stessi e a fare i conti con l’attesa che può diventare un’occasione per “prepararsi” a quel futuro che arriverà. E non si tratta solo di cose “importanti”, come un lavoro o una casa. L’attesa può anche essere quella di un’attività da fare il pomeriggio, o una telefonata che ci aspetta la sera. Se l’attesa diventa preparazione, si finisce per proiettarsi inevitabilmente in un futuro che è proprio, riempiendo il presente di senso.

Il compito del terzo settore non dovrebbe essere solo quello di costruire progetti, ma quello di “ri-costruire” il tempo e di renderlo, fondamentalmente, abitabile.

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