Insha’allah – Il valzer delle scelte

Una vecchia frase di La Fontaine recita più o meno così: “Si incontra il proprio destino spesso sui sentieri che si prendono per evitarlo”. Poi questa frase viene spesso riportata come “proverbio arabo”, perché si sposa perfettamente con l’idea che abbiamo di quella cultura. E in fondo una delle prime parole che si imparano lavorando qui a Civicozero è proprio “Insha’allah”, “se dio vuole”.

Eppure, questo atteggiamento da parte dei ragazzi non è solo una manifestazione del proverbiale fatalismo arabo, ma spesso nasconde dell’altro.

Quando un ragazzo compie 18 anni, per la legge italiana diventa automaticamente adulto e, in quanto tale, deve essere in qualche modo pronto ad affrontare la vita. E la vita è fatta di affitto, bollette, lavoro ecc. Questo è il destino dei cosiddetti care-leaver, ovvero di coloro che, italiani o stranieri, lasciano il sistema di protezione riservato ai minori (strutture, case-famiglia e via discorrendo) e vengono catapultati nella vita adulta. Il sistema confida che avvicinandosi al diciottesimo compleanno, il ragazzo abbia messo insieme tutti i tasselli necessari in un percorso che lo ha reso in grado di compiere quel giro di boa.

Nel gergo questi percorsi si chiamano “di autonomia”, proprio nel senso che alla fine il ragazzo dovrebbe essere pronto ad affrontare la vita da solo. Spesso però questo concetto finisce per sovrapporsi a quello di “autosufficienza”: il ragazzo è considerato “autonomo” nel momento in cui ha un lavoro e ha una casa. La fusione o la sovrapposizione di questi due concetti non solo è fuorviante, ma mette anche a rischio l’adesione del ragazzo al percorso e, sul lungo termine, la credibilità stessa degli interventi anche agli occhi degli altri ragazzi.

Infatti, se un ragazzo dopo l’altro finiscono per fallire nei loro percorsi, piano piano anche chi vive intorno a loro finirà per chiedersi se ne vale davvero la pena.

Proviamo a mettere insieme due esempi.

Da una parte abbiamo un ragazzo che arriva in Italia, inizia a studiare la lingua, prende la terza media, frequenta qualche corso professionale che riusciamo a trovargli, impara un mestiere, inizia a fare quel lavoro e a guadagnare quanto basta per pagarsi un affitto. Un percorso perfetto!

Dall’altra parte abbiamo un ragazzo che arriva, studia l’italiano così così, ci costringe ai salti mortali per fargli fare qualche corso e ogni volta che inizia poi finisce per mollare e ricominciare per poi mollare di nuovo. Per dormire salta da un amico all’altro, da una casa all’altra. Noi troviamo un corso da falegname o da pizzaiolo e lui non lo fa perché vuole fare il barista, il dj o vattelappesca. E quindi salta da un lavoro all’altro aspettando l’occasione in cui potrà lanciarsi nel provare a fare quello che desidera. Una fatica…

Vista così siamo tutti d’accordo che il primo percorso, strutturato e concreto, è migliore del secondo, altalenante e forse un po’ naïf. Ma cosa succede davanti all’imprevisto? Cosa succede se uno perde il lavoro o la casa?

Nel quotidiano ci siamo resi conto che il primo ragazzo, davanti alla difficoltà, si sente sopraffatto e spesso finisce per tornare da noi nella speranza che possiamo aiutarlo a risolvere i problemi. Il secondo invece lo vede solo come un intoppo sulla propria strada ma sa che, alla fine, riuscirà a cavarsela. E se torna ci racconta di quello che gli è successo, ma non pensa che siamo noi a dover trovare una soluzione.

Allora chi è più autonomo dei due? La risposta non è più così scontata.

In gran parte dei casi che incontriamo, l’ultima scelta che un ragazzo ha compiuto è stata quella di uscire di casa nel momento in cui ha deciso di lasciare il proprio Paese. Da quel momento ogni azione è determinata dalla necessità o dall’imposizione e al ragazzo non è restato che sperare bene.
“Riuscirò a incontrare il trafficante che mi porterà fino al punto x? Insha’allah…”
“Il trafficante manterrà la parola? Insha’allah…”
“Sopravvivrò al lager in Libia? Insha’allah…”
“Sopravvivrò al mare? Insha’allah…”
Durante il viaggio si pensa solo a sopravvivere e ad andare avanti e, una volta arrivati in Italia, si viene travolti dalla marea di obblighi, scadenze e via discorrendo di cui abbiamo già parlato. E alla fine i ragazzi finiscono per subire procedure e percorsi, senza veramente interrogarsi su cosa fanno e perché. Anche perché la risposta a quegli interrogativi sarebbe sempre e comunque “insha’allah”. Ebbene, possiamo veramente definire questa condizione con la parola autonomia?

Per capire cosa veramente sia (o debba essere) l’autonomia, occorre innanzitutto capire come, nella loro visione del mondo, sia distribuito il potere di stabilire le regole (nomos, appunto) e di come questo potere venga esercitato. Perché, in fondo, cosa vuol dire “scegliere” se non esercitare quel potere?

Ai loro occhi la distribuzione è chiara: da una parte la loro assoluta impotenza e, dall’altra, l’onnipotenza degli operatori del sistema. Chi lavora nel sistema ha i mezzi, le conoscenze, le competenze e la credibilità per muovercisi dentro perfettamente a proprio agio. Loro, in quanto “beneficiari”, alieni a quel sistema, beneficiano – o comunque subiscono – quelle decisioni. Perché così come “se sei nomade devi nomadare”, se sei beneficiario, devi beneficiare. Stop.

Vi è una sola scelta che ritengono inalienabile, alla quale sentono di non poter rinunciare: sottrarsi a quelle scelte. L’unico potere che ancora hanno è la fuga. Fuga da una casa-famiglia, da un progetto, da un percorso, da un’imposizione: davanti a una difficoltà possono decidere di scappare, così come hanno fatto l’ultima volta, nel loro Paese, chiudendosi la porta di casa alle spalle.

Quindi abbiamo, da una parte, chi lavora per il sistema che opera per loro (e non con loro), stupendosi dell’apparente strafottenza, e dall’altra il ragazzo che ritiene di non poter prendere decisioni, di non poter toccare palla. A questo punto abbiamo tutti gli elementi per osservare l’avvitamento di questo circolo vizioso: noi prendiamo una serie di decisioni per il ragazzo, il ragazzo accetta senza dire una parola, allora noi, vedendo la sua passività, ci convinciamo che stia andando tutto bene e prendiamo altre decisioni che il ragazzo accetta senza dire una parola, e così via fino al punto di rottura in cui l’operatore sprofonda nel fatalismo del “non c’è niente da fare” e il ragazzo, se vede che le cose vanno male, fa l’unica cosa che ritiene di poter fare: fuggire. Questa fuga, però, non è verso una solitudine che costringe, in qualche modo, al colpo di reni, all’autodeterminazione: è la fuga che non porta da nessuna parte e che si conclude, di solito, con l’“adesione” a un altro soggetto in grado di scegliere, un altro “onnipotente”. E se chiedi loro se sono sicuri che sia la scelta migliore, la loro risposta è ancora una volta la stessa: “insha’allah”.

È chiaro che la vera autonomia non possa essere altro che la riappropriazione da parte dei ragazzi di quel potere, di quella capacità di scegliere qualcosa che non sia necessariamente la fuga. A pensarci bene, per spiegare il concetto di autonomia, sarebbe bastato sviscerare l’etimologia che non fa alcun riferimento alle condizioni materiali, ma piuttosto alla capacità di decidere da sé le proprie leggi, le proprie regole.

Come possiamo dunque riconsegnare questa capacità ai ragazzi, ridare protagonismo a quella singola persona invece che essere coloro che alienano il loro potere?

Ora a noi verrebbe naturale rispondere a questa domanda con un “boh”, ma non sarebbe carino nei vostri confronti dopo quasi tre pagine di articolo. Quello che possiamo fare è provare a condividere la nostra esperienza e cercare di trarre alcuni elementi che, almeno a noi, sembrano interessanti. E l’elemento che forse risulta più interessante è proprio un errore.

Già, perché l’errore che si fa in questi casi è quello di scaricare subito sul ragazzo il peso delle decisioni: “È la tua vita! Devi decidere tu!” Eppure, in questa repentina e improvvisa attribuzione di potere, il rischio è che il ragazzo si percepisca come abbandonato e, invece che acquisire potere, semplicemente finisca per perdere fiducia nell’operatore di turno: “mi ha detto di decidere perché lui non è in grado di aiutarmi”. Risultato? Un’altra fuga.

La cessione del potere deve essere graduale e negoziata, come se fosse un valzer tra l’operatore e il ragazzo, dove i passi di uno devono seguire quelli dell’altro: il ragazzo si ritrae e l’operatore lo segue, il ragazzo si fa avanti e l’operatore indietreggia. Eppure, c’è una differenza. Se nel valzer i ruoli sono ben definiti, con uno conduce e l’altro che segue, in questo valzer delle scelte i ruoli gradualmente si invertono, con l’operatore che da guida si trova piano piano ad essere guidato. Questa negoziazione non è diversa da quella di cui parlavamo nell’articolo Apnea, ma complementare: oltre a concordare e a negoziare gli obiettivi, occorre negoziare anche chi dovrà prendere le tante piccole decisioni che ci troveremo a prendere, noi e i ragazzi, giorno dopo giorno. A noi il compito di scegliere ogni giorno se essere guida o compagno di quel valzer.

Attraverso questa cessione e redistribuzione del potere, attraverso una restituzione di protagonismo al ragazzo, potremo dire di aver avviato un percorso non di sola auto-sufficienza materiale (che comunque resta fondamentale), ma di reale, concreta e duratura autonomia. Sempre se dio vuole… insha’allah.

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