Qualche tempo fa abbiamo ricevuto una telefonata da una casa famiglia: Omar la sera prima non era tornato alla struttura. Avevano provato a chiamarlo ma il telefono risultava staccato e volevano sapere se noi l’avessimo visto. Omar era restato qui tutto il giorno fino alla chiusura e quando è uscito non ci aveva detto nulla di particolare. Passano pochi minuti e Omar entra dalla porta del nostro centro come se niente fosse. I vestiti del giorno prima e la faccia stanca di chi ha passato la notte per strada. Dietro di lui Mohamed, un ragazzo che aveva già compiuto i 18 anni, viveva in strada e che quel giorno entrò con la gamba ingessata.
Abbiamo evitato di assalire Omar subito con le domande di rito e ci siamo concentrati su Mohamed e sulla sua gamba. Se l’era rotta e all’ospedale gli avevano messo il gesso e lo avevano dimesso dicendogli di tenerla alzata, pur sapendo che il ragazzo era senza casa. Omar frequentando il centro era diventato amico di Mohamed e quando il giorno prima si era rotto la gamba non ci aveva pensato due volte ad offrirsi di aiutarlo a tenere la gamba alzata durante la notte. Così, alla chiusura di Civico, Omar senza dire nulla era andato alla stazione Termini per dare una mano all’amico.
Bene. Perché vi abbiamo voluto raccontare questa storia? Non perché si tratta di una storia di amicizia o alla David Copperfield, ma perché ci ha colpiti la sincronicità delle loro vite. Per noi adulti – operatori, educatori, case famiglia – la giornata di un ragazzo è divisa in compartimenti stagni: noi ci occupiamo di lui dalle 9:30 alle 18, poi subentrano altri o, come nel caso di Mohamed, la strada. Ai nostri occhi esiste un prima e un dopo, due mondi separati. Per loro no. La strada e il centro, la notte e il giorno, l’amico e l’operatore convivono in un’unica esperienza continua. È la stessa vita che scorre su piani diversi, ma simultanei.
Quando si intraprende un percorso con un ragazzo l’idea è quella di inseguire una serie di tappe. Alla fine di quelle tappe, o tutto è andato bene e c’è la piena autonomia, o qualcosa è andato storto e compiuti i 18 anni il ragazzo finisce per strada. Nel secondo caso inizia quindi un altro percorso, fatto di ricerca del lavoro, della casa e tutte le cose di cui abbiamo già parlato. Questo fino alle 18. Poi ci si rivede alle 9:30 del giorno successivo.
L’elemento che questa storia mette in crisi è proprio il concetto di prima e dopo. Nella vita di quel ragazzo che vive in strada, non c’è un prima e un dopo, ma una simultaneità del centro e della strada. Per lui il “prima” e il “dopo” si inseguono giorno per giorno e la sua testa, anche quando sta qui dentro, convive con la consapevolezza che quella sera si ritroverà a dormire “a Termini”. Quindi se anche è vero, in termini puramente temporali, che prima è qui dentro e dopo è fuori, è altrettanto vero che nella sua percezione quel “confine” temporale non è percepito allo stesso modo.
Detta così potrebbe sembrare una cosa complicata alla stregua della relatività di Einstein, ma proviamo a mettere in ordine le cose.
L’essere un centro a bassa soglia vuol dire proprio ridurre al massimo la “barriera” che ci separa dalla strada. E questo lo si fa su un piano formale (per esempio non chiedendo i documenti all’ingresso) e su un piano relazionale (per esempio non giudicando mai il vissuto dei ragazzi fuori da queste quattro mura, qualunque cosa facciano). Il sogno è che il centro venga percepito in continuità con la strada, come se la porta del centro non esistesse. In questo senso il centro diventa un vero e proprio spazio transizionale, un’area intermedia tra la dimensione soggettiva del ragazzo (permeata dalla sua vita in strada) e la realtà esterna di una società che lo rifiuta proprio per via della sua condizione.
Quando parliamo di spazio transizionale, non stiamo facendo esercizio teorico o accademico. L’idea è quella di una camera di decompressione. Una terra di nessuno tra il fuori, dove la sopravvivenza e l’affermazione sono gli imperativi categorici, che irrigidiscono i muscoli e, come dicono i ragazzi, “ti cambiano la testa e il cuore”; e il dentro, dove il sé può finalmente permettersi il lusso della tranquillità.
Fuori c’è la strada ed è senza pietà: richiede iper-vigilanza, paranoie, volti chiusi. Se dormi a Termini, non puoi permetterti di sognare; devi solo restare intero fino all’alba.
Dentro ci sono molte cose ma che acquisiscono senso solo nella misura in cui risultano funzionali a quello che il ragazzo ritroverà fuori.
In poche parole, se qui dentro facessimo un corso di uncinetto, probabilmente non lo seguirebbe nessuno dei ragazzi che stanno per strada. Così come se noi dicessimo loro che bisogna comportarsi in un certo modo ed essere educati, questo non verrebbe recepito. E non è per questioni antropologiche o culturali, ma semplicemente perché quella roba fuori rischia di essere inutile se non perfino dannosa.
Allo stesso tempo però, il dentro non può essere la riproposizione della strada, altrimenti verrebbe meno il motivo per il ragazzo di varcare la porta. Deve essere una membrana. Il centro a bassa soglia agisce come un’area di disimpegno, il luogo dove il ragazzo può abbassare la guardia, dove il tempo smette di essere una sequenza di minacce.
Diventa gioco, un “laboratorio” di identità dove il “chi sono” smette di coincidere con l’etichetta del “maranza” o del “fragile”. Al biliardino o davanti a un bicchiere di tè, nella relazione con gli operatori e con i coetanei, il ragazzo sperimenta una simultaneità di possibilità e vede anche le altre vite possibili senza però che la sua identità coincida con “quello che non ce l’ha fatta”. Non è più il “migrante” o il “maranza”. È quello che sa scrivere o che è un drago a biliardino, senza il peso del giudizio sociale che lo vorrebbe sempre e solo vittima o minaccia.
In questo schema, l’operatore non è un burocrate del bene, ma un oggetto transizionale. È la copertina di Linus per chi ha dovuto imparare a dormire sull’asfalto. La sua funzione è chirurgica: deve essere un’ancora di affidabilità in un mare di variabili impazzite. Deve “sopravvivere”.
Winnicott, teorico dell’oggetto transizionale, diceva che l’oggetto deve resistere all’attacco del bambino per diventare reale. Nella marginalità, l’attacco è rappresentato dalla diffidenza, dalla troppa distanza o dall’eccessiva vicinanza. È il silenzio ostile. È la provocazione sistematica per vedere se anche questo pezzo di mondo, alla fine, ti espellerà come gli altri. L’operatore resta e sopravvive alla rabbia senza ritorsioni. Deve essere una costante in una vita fatta di imprevisti. Un ponte vivente che aiuta il ragazzo a comprendere gli impulsi viscerali e a riportarli su un piano di realtà, rendendo il passaggio (o il tentativo) verso l’autonomia non un salto nel vuoto, ma un passo su un terreno finalmente solido.
La bassa soglia è il setting nel quale tutto questo trova spazio e libertà di espressione.
Detta così sembra tanto facile quanto ovvio, ma non lo è affatto. Per riuscire a fare questo, infatti, bisogna essere in grado di muoversi su due piani.
Avrete sicuramente presenti le serie tv in cui coesistono due linee narrative. Da una parte c’è la storia che si apre e si chiude nella medesima puntata e, dall’altra, episodio dopo episodio, abbiamo la storia complessiva di cui la singola puntata è solo un passaggio. La prima linea narrativa fa sì che voi non cambiate canale, la seconda fa sì che il giorno dopo vi piazziate davanti allo schermo a vedere la puntata successiva. E così via, fino alla fine della serie.
Ecco, il lavoro dell’operatore di bassa soglia deve seguire la stessa doppia dimensione: quella della singola giornata e quella di lungo termine. Lavorando solo sul lungo termine, come abbiamo già visto, il ragazzo perde il senso del venire qui giorno per giorno. Lo stare qui dentro non gli serve nel quotidiano e, qualunque cosa accada, lui la sera dovrà tornare in strada. Lavorando solo sul quotidiano, il ragazzo perde il senso complessivo e rischia di ritrovarsi in una situazione ripetitiva che lo porterà, prima o poi, a sparire proprio per sfuggire alla ripetizione.
Così ogni giornata deve essere riempita sia di qualcosa che il ragazzo potrà trovare utile nell’immediato (e che non gli faccia pensare che siamo fuori dal mondo) sia di elementi di costruzione su una prospettiva più lunga e che gli diano il senso della differenza con la strada. E se la giornata andrà bene, forse tornerà domani.
Sia chiaro che non è una questione di equilibrismo, ma di puro pragmatismo. Se non offriamo a Mohamed un motivo per alzarsi dal marciapiede domani mattina, nonostante il gesso, il progetto di lungo termine è solo fuffa. Se non gli diamo una prospettiva che superi la notte a via Marsala, il centro diventa solo un parcheggio riscaldato, una sala d’attesa per il nulla.
Tenere insieme questi due piani significa accettare la contraddizione. Significa sapere che, mentre parliamo di inserimento lavorativo, il pensiero del ragazzo è alla batteria del telefono che si scarica o alla gamba che pulsa sotto il gesso. Un centro a bassa soglia non deve cancellare la strada, ma abitarla. Deve essere la membrana che permette al “dentro” e al “fuori” di parlarsi senza distruggersi, senza delegittimarsi, senza mistificazioni. Insomma, senza giochetti, ma con la capacità di scorgere il valore di ogni passo, di ogni sussulto, di ogni, seppur impercettibile, scatto di reni.
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