Non siamo osservatori. Siamo dentro

Civicozero è una cooperativa sociale. Lavoriamo con ragazze e ragazzi stranieri non accompagnati a Roma, Milano e Catania.
In quindici anni abbiamo imparato una cosa che nessun manuale insegna: la prossimità cambia lo sguardo. Stare vicino alle persone — non sopra, non davanti — significa vedere quello che i grandi sistemi non riescono a vedere. Le storie prima che diventino casi. I bisogni prima che diventino emergenze. Le risorse prima che qualcuno le riconosca come tali.
Questo è il lavoro. Non gestire un fenomeno. Stare accanto a chi quel fenomeno lo vive, ogni giorno, in prima persona, spesso da solo.

Tutto parte da
San Lorenzo

Era il 2011. Roma, quartiere San Lorenzo. Un centro diurno a bassa soglia in un posto che già sapeva cosa vuol dire convivere con la marginalità — non come problema da risolvere, ma come dato di realtà con cui fare i conti ogni giorno.
L’idea era semplice, e per questo difficile da sostenere: aprire una porta. Non condizionata a documenti, requisiti, appartenenze. Una porta che restasse aperta anche quando il sistema intorno tendeva a chiudersi. Una cooperativa fondata dagli operatori, radicata nel quartiere, con un mandato che non aveva bisogno di essere scritto in nessun documento per essere chiaro.
Dare un civico a chi non ce l’ha.
Il civico, in senso letterale, è un indirizzo. È la cosa più elementare che ti chiede qualsiasi sportello, ufficio, modulo. Senza, non esisti. Con, cominci a esistere — almeno per il sistema. Noi eravamo quel primo punto fermo. Uno spazio fisico, un riferimento stabile, qualcuno che ti aspettava anche quando non avevi detto che saresti venuto.
Da Roma siamo cresciuti. Milano, Catania. Contesti diversi, stesse domande di fondo: cosa serve davvero a un ragazzo che arriva qui solo, senza rete, spesso senza lingua? E cosa vuol dire accompagnarlo senza sostituirsi a lui?
Quindici anni dopo, non abbiamo smesso di farcele.

La prossimità non è una tecnica.
È una posizione

Siamo il luogo in cui si arriva quando non si sa ancora dove andare. Questo ci ha messo in una posizione particolare — e negli anni abbiamo imparato a riconoscerla per quello che è: un punto di osservazione che pochi hanno.
Chi lavora nei grandi sistemi di accoglienza vede i flussi, i numeri, le medie. Chi fa ricerca vede i pattern, le correlazioni, le tendenze di lungo periodo. Noi vediamo la persona prima che diventi un caso. Vediamo il momento in cui qualcosa si inceppa — e anche il momento in cui qualcosa si sblocca, spesso per ragioni che nessun indicatore avrebbe previsto.
Questa vicinanza ci ha insegnato che la complessità del fenomeno migratorio non si legge solo dai dati. Si legge dalle storie singole, dalle contraddizioni quotidiane, dai bisogni che cambiano nel tempo e che non corrispondono mai perfettamente alle categorie che il sistema usa per classificarli.
Ogni ragazzo che arriva porta un percorso che non è uguale a nessun altro. Paese di origine, traiettoria del viaggio, esperienze pregresse, aspettative, paure. Lavorare con questa complessità significa rinunciare all’idea che esistano soluzioni standard. Significa costruire percorsi su misura, spesso da zero, sapendo che quello che ha funzionato ieri potrebbe non funzionare domani.
Non è un limite. È la condizione di chi fa questo lavoro con onestà.

Tante persone.
Un unico lavoro

Il team di Civicozero è composto da mediatori culturali, educatori, psicologi, insegnanti, operatori. Non è un elenco di profili professionali: è un sistema pensato per coprire tutte le dimensioni di un percorso che raramente è lineare.
Un ragazzo che arriva al centro ha bisogno di capire dove si trova — geograficamente, giuridicamente, emotivamente. Ha bisogno di qualcuno che parli la sua lingua, non solo nel senso letterale. Ha bisogno di orientamento legale senza dover aspettare mesi per un appuntamento. Ha bisogno di supporto psicologico che non presupponga categorie diagnostiche costruite su contesti che non riconosce. Ha bisogno di imparare l’italiano senza che quella sia la condizione per accedere a tutto il resto.
Ogni figura del team risponde a uno di questi bisogni. Ma il punto non è la specializzazione in sé: è la capacità di lavorare insieme, di passarsi le informazioni, di costruire una lettura condivisa della situazione di ciascuno. Perché i bisogni non si presentano uno alla volta, e un intervento che ignora le altre dimensioni rischia di essere inutile — o peggio, controproducente.
Il team multidisciplinare non è un valore aggiunto. È il metodo.

Non partnership,
ma dialoghi

Il lavoro con i minori stranieri non accompagnati non si fa in isolamento. Non perché sia impossibile — ma perché sarebbe inefficace. Il fenomeno è troppo complesso, le variabili troppo numerose, le competenze necessarie troppo diverse perché un’organizzazione sola possa coprire tutto senza perdere qualcosa per strada.
Negli anni abbiamo costruito relazioni con istituzioni pubbliche e con organizzazioni nazionali e internazionali. Collaboriamo con enti di ricerca, con altre realtà del terzo settore, con fondazioni e finanziatori privati che condividono il nostro sguardo o che ci sfidano ad allargarlo.
Non tutte le collaborazioni nascono da affinità. Alcune nascono da necessità. Alcune ci hanno obbligato a mettere in discussione pratiche che davamo per scontate. E questo, alla lunga, è stato più utile delle partnership facili.
Lavorare in rete non è una strategia di visibilità. È un modo di stare dentro un sistema — quello dell’accoglienza, quello delle politiche migratorie, quello della tutela dei minori — cercando di inciderci davvero. Non solo di adattarsi a come funziona, ma di contribuire a come dovrebbe funzionare.
Da queste conversazioni impariamo. E ogni tanto, riusciamo a lasciare qualcosa agli altri.